sabato 28 maggio 2016

Fatto

Vi avevo raccontato delle paranoie generate dalla richiesta di Salvatore Anfuso, ormai posso nominarlo, di scrivere un guest post per il suo blog. Bene, l'articolo è uscito ieri e lo trovate qui.

Salvatore, per incoraggiarmi, mi aveva suggerito di partire da un'esperienza personale come scrittrice e trarne un post oggettivo sull'argomento. In risposta alla mail con la quale gli inviavo il file dell'articolo, mi ha scritto: "Giungendo al tuo guest: no, non l'hai scritto con oggettività. Ma uno scrittore deve prima di tutto saper parlare di sé e tu lo fai eccezionalmente bene."
Questa la conservo tra le frasi più belle che mi siano mai state rivolte.

Alla fine com'è andata?
Molto bene. C'è stata interazione e discussione malgrado il post fosse davvero troppo personale per dare un contributo utile ad altri scrittori.
Due sfumature mi hanno fatto particolarmente piacere.
La prima è che, a un certo punto, si è finiti a parlare di vulcani che sono una delle mie grandi passioni e, anche se sono stata io a citare l'Etna per prima, questo dettaglio mi ha dato una bella sensazione. Mi ha fatto pensare che ogni lato di me emerge anche quando tratto altri argomenti perché quella sono io, anche in poche righe, sono sempre io con tutto ciò che mi porto dentro. Io sono tante cose e quelle cose mi seguono.
La seconda, più importante, è stata il tono dei commenti. Rassicurante e amichevole. Michele è sempre gentile con me, ma poi è stato quel "Grazie per aver condiviso" di Grilloz che, come ha fatto notare Salvatore, pareva il benvenuto a un nuovo membro del gruppo di sostegno per scrittori alcolisti (mi è sfuggita anche la citazione dell'Oktoberfest perché anche la birra mi segue). Da lì in poi è stato tutto un "Anch'io mi sento così", comprensione, racconti di vicende analoghe e incoraggiamento. Posso dire che sia stata un'esperienza terapeutica. Hahahahaha!
Quindi ringrazio tutti coloro che si sono presi due minuti per leggere il mio guest post e commentarlo e, ovviamente, ringrazio ancora Salvatore per aver insistito a farmi cogliere questa opportunità.

Buon weekend di scrittura e...



giovedì 26 maggio 2016

Una mente speciale

L'estratto di giovedì scorso, come indovinato da Yoneko nei commenti, proviene da Neverwhere/Nessun dove di Neil Gaiman, il primo romanzo dell'ormai celebre autore inglese. Purtroppo non c'è un premio, solo la piccola gioia di avere un libro in comune :)
In realtà, non è la prima volta che qualcuno trova il titolo del libro proposto. Due settimane fa Fabio di Librinviaggio aveva scoperto Bradbury, ma ha risposto via Facebook invece che sul blog. La conversazione è stata all'incirca:
Fabio - Mi verrebbe da dire Stephen King, ma non sono convinto
Io - Credo che questo autore ci foderasse i cassetti con i libri di King
Fabio - Ci sono! Il popolo dell'autunno di Bradbury!

Ma torniamo a Gaiman.
Per chi, come me, è appassionato di fumetti al punto da considerarli letteratura al pari dei libri, era già un idolo prima che cominciasse a pubblicare romanzi e racconti: certe storie scritte per Sandman andrebbero studiate nelle scuole. Preferisco il suo fantasy filosofico metropolitano a quello classico, ma è solo una considerazione personale.

Con Neil Gaiman ho chiuso il poker dei miei scrittori preferiti, ma ci sono tanti libri nella lista di quelli che mi hanno colpito e stregato negli anni e il gioco prosegue. Oggi cambio di nuovo genere e vi porto a conoscere qualcuno di molto speciale...









sabato 21 maggio 2016

Divagazione: dentro il cielo

Io non credo in un dio, ma non credo nemmeno che l'universo ruoti intorno a me. Credo nella perfezione della natura, nelle forze che muovono le onde del mare e le galassie nello spazio secondo un disegno senza errori con un senso che noi non possiamo arrivare a comprendere, ma di sicuro esiste perché funziona da sempre con estrema precisione. Qualsiasi cosa accada.

Questo pensiero mi aiuta a ridimensionare di molto quello che vedo, quello che mi accade e quello che provo. Mi aiuta a distinguere ciò che è davvero importante da cose per le quali non vale la pena affannarsi.
Ricordo che la mia gatta mi guardava pensando: "Tu non hai capito proprio una mazza di come funziona l'universo" e aveva ragione o forse l'abbiamo solo dimenticato e quando ci torna in mente ci sentiamo piccoli, ci rendiamo conto di aver perso le risposte nel tempo distratti da pensieri stupidi.

Lo so, sembra che stia delirando, però quando ti trovi lontano dalle città e riesci a vedere tante stelle ti accorgi che il senso della vita è essere felici, il resto sono solo sassi che ingombrano la strada, pesi da lasciarsi alle spalle.

Non ci riflettiamo mai, ma il cielo finisce dove comincia la terra, ai nostri piedi, e noi ci siamo dentro completamente. Pensa a certe splendide giornate di sole, quando non è possibile rimanere arrabbiati o tristi con un cielo tanto blu a riempirti gli occhi; pensa ai giorni di pioggia, sotto nuvole gonfie e ruggenti pronte a scaricare cascate di vita nel terreno assetato; pensa ai giorni di vento, quella forza trasparente che asciuga le lacrime e ripulisce l'orizzonte per permetterti di guardare più lontano sorprendendoti di ciò che vedi; pensa alle albe e ai tramonti che sono unici ogni giorno e cambiano colore e luce in pochi istanti.

Pur con tutti i nostri difetti, preoccupazioni, malumori e traumi, come possiamo non credere che la vita sia bella quando ci troviamo immersi e facciamo parte di tanta meraviglia?

giovedì 19 maggio 2016

Dove siamo?

Prima di tutto, la soluzione dell'enigma di giovedì scorso: le pagine sulla vita in un vicolo africano sono tratte da Ebano di Ryszard Kapuściński, il primo libro che ho letto del giornalista polacco che mi ha raccontato l'Africa dal punto di vista dell'Africa e non da quello a cui ci ha abituati la tv. Adoro le storie delle sue disavventure di reporter squattrinato che osserva il mondo cambiare sotto un sole bollente, sotto piogge furiose, in mezzo al fango e al fuoco, ai rifiuti e ai proiettili, al sangue dei miseri con i quali condivide un bicchiere e qualche chiacchiera sulla vita. Quando sono stata in Zambia e Botswana avevo ben presenti i suoi racconti e proprio grazie ai suoi libri ho saputo apprezzare la vera Africa, non quella dei tour organizzati, dei villaggi turistici e delle recite sulle usanze indigene. Ho passeggiato di sera per le vie di Livingstone pensando a giocattoli rotti e magia e me la sono goduta tutta!

Oggi invece vi propongo un viaggio diverso, un viaggio che può intraprendere chiunque senza allontanarsi troppo da casa, partendo dalle strade che conosce a memoria e dai luoghi che ritiene familiari. Basta fermarsi un attimo a guardarli con occhi diversi e lasciarsi trasportare dall'immaginazione per scoprire mondi segreti e fantastici. Questo è un piccolo estratto, ma scoprire da dove provenga è davvero troppo facile.


sabato 14 maggio 2016

Divagazione: belle stagioni

Progetto di andarmene lontano e questo è l'anno buono. Non ho niente da perdere e tutto da guadagnare nel farmi trascinare dalla fune che mi lega ai sogni più folli. Questa fune è robusta e preziosa, fatta d'oro e argento intrecciati, fa un doppio giro intorno ai miei fianchi e resta tesa lungo la linea del tempo: un capo svanisce davanti ai miei passi verso un orizzonte abbagliante; l'altro capo, alle mie spalle, è saldamente avvolto intorno all'albero dei ricordi che ha un tronco possente solcato da cicatrici e sfregi che la corteccia inghiottisce con gli anni e un'infinità di rami pieni di foglie e fiori e frutti felici. Il mio passato è un albero con radici che affondano in un terreno che non appartiene solo a me, ma è fatto di strati di storia, delle ossa di chi è venuto prima, di pagine di libri, di tragedie e conquiste, di errori e di invenzioni. Il mio albero è cresciuto lì, tra miliardi di alberi più giovani e più antichi, quello è il mio.
A ogni albero è legata una persona e nessuno conosce la misura della propria fune finché non arriva all'altro capo. Certe funi si incrociano, si annodano tra loro, alcune divengono più forti, altre si sfilacciano. C'è chi ci ne fa un cappio, chi tenta di tagliarla, chi ne resta prigioniero, chi se la lascia scorrere tra le mani, chi la segue oltre la collina per andare incontro a nuovi orizzonti. Sono scelte.

Il mio albero è spuntato 41 anni fa a Monza e, prima di scoprire che la mia fune poteva fare più volte il giro del pianeta, il mio mondo era racchiuso tra le colline della Brianza. Quando viene la bella stagione penso sempre ai prati, ai boschi, ai fiumi, alle costellazioni di laghetti che precedono il lago di Como, le Prealpi e poi le montagne vere. Torno ragazzina e riaffiorano immagini e sensazioni.

Penso che nelle notti d'estate si sale a Montevecchia carichi di desideri a contemplare sciami di stelle cadenti. Penso che da bambini ci si sbucciano le ginocchia e ci si graffiano le mani arrampicandosi sugli alberi e da adolescenti si prende la moto e si va a mangiare il gelato respirando il profumo delle piante che circondano la strada. Penso alle birrerie con i tavoli di legno dove ho inciso il mio nome vent'anni fa insieme a quelli di amici storici. Penso ai boschi dove si suonava la chitarra fino al mattino. Penso alle domeniche con i panini imbottiti nello zaino e le camminate lungo la ferrovia. Penso che si girava da soli in bicicletta a dieci anni e si conquistavano salite impossibili, penso che quelle salite sono rimaste impossibili anche quando sono passata dalla bicicletta all'auto perché solo un demente poteva progettare una strada con quella pendenza. Penso agli sterrati percorsi sparando sassolini in ogni direzione per andare a vedere il tramonto e ai furti di frutta da alberi e cespugli. Penso al panorama notturno di una distesa di colline luccicanti di paesini, come un presepe silenzioso nell'aria calda della stagione sbagliata. Penso che si faceva l'amore su coperte colorate e si tornava a casa spettinati con fili d'erba tra i capelli convinti di avere un segreto.

Penso che non è stato tutto così bello e facile come nei miei ricordi, ma conservo solo i migliori, le belle stagioni dell'anno e della vita. Sono contenta che il mio albero sia qui e resterà qui, anche quando sarò lontanissima, a reggere un capo della mia fune mentre corro verso l'orizzonte oltre le colline. I brutti periodi si superano se il tuo albero è abbastanza forte e mentre seguo la mia fune non porto il peso di ciò che mi è accaduto, degli errori che ho commesso, del dolore che ho provato, ma mi faccio spingere da quello che ho imparato sotto i colpi peggiori e mi faccio alleggerire dai ricordi più dolci.
Ogni stagione è una bella stagione.

giovedì 12 maggio 2016

Il mio vicolo

Un altro giovedì di scansioni per condividere passaggi tratti dai miei libri preferiti.
Prima di presentarvi due nuove pagine, però, vi svelo la provenienza di quelle pubblicate la scorsa settimana: Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury. È uno dei miei romanzi preferiti di sempre e, anche se lo vedo ingiallire e invecchiare sullo scaffale, ne subisco ancora il fascino e lo trovo sempre più bello ogni volta che lo sfoglio. Sì, ne sono innamorata, sono innamorata di ciò che Bradbury sapeva evocare con le parole più semplici: era un mago. Pare non sia più così facile trovare questo libro, ma se ci riuscite avrete tra le mani qualcosa di prezioso.

Con l'estratto di oggi torno a racconti di vita reale e sono ben tre pagine, ma non voglio aggiungere altro. Alla prossima settimana per scoprire da dove arriva.

sabato 7 maggio 2016

I rischi del mestiere



Melbourne, wifi in piazza
Chi pensa a uno scrittore come un tizio ingobbito sul pc che batte sui tasti nella penombra di una stanza tra colonne di fogli impilati e mucchi di cartacce appallottolate non sta pensando a me.


È vero che preferisco scrivere nelle giornate cupe e piovose, ma è solo perché quando c’è il sole sento il richiamo dell’aria aperta e soffro a restare chiusa in casa. Questo, però, non significa che la bella stagione rallenti il mio lavoro, anzi. Io riesco a scrivere ovunque e in ogni condizione, non so resistere a un’improvvisa ispirazione e ho bisogno di metterla immediatamente su carta.

L’impulso di afferrare il mio blocchetto e appuntare l’idea del momento è incontrollabile in qualsiasi situazione mi trovi ed è qui che arriva il rischio: può capitare mentre guido, mentre cammino per la strada, mentre sono in riunione al lavoro, mentre guardo un film al cinema, perfino mentre parlo con qualcuno e la mia mente divaga perché  il mio interlocutore è poco interessante. Per intenderci, è come quando ti scappa la pipì e temporeggi saltellando, sapendo che non potrai trattenerla a lungo.

Igoumenitsa, al porto in attesa del traghetto
Se sto guidando, mi tocca trovare al più presto uno spazio per fermarmi, anche a bordo strada con il ticchettio delle quattro frecce a fare da colonna sonora ai miei pensieri, e scrivo appoggiata al volante così è capitato che suonassi il clacson inavvertitamente. Se sono a piedi è più semplice, ma la gente mi guarda in modo strano quando mi nota ferma con carta e penna anziché con il cellulare in mano, forse teme che sia un vigile intento a compilare una multa, forse sembro un personaggio arrivato dal passato con la macchina del tempo dall’epoca in cui si usavano le penne e le matite. In caso di pioggia e con l’ombrello in mano diventa un po’ complicato, ma un portone sotto il quale ripararsi si trova sempre. Durante le riunioni di lavoro, i miei appunti sull’argomento di discussione sono alternati a spezzoni di trame e li copro con la mano come se fossi a scuola e non volessi mostrare il mio compito al compagno che tenta di copiarlo. Anche in questo caso devo apparire ben strana ai miei colleghi. Al cinema è terribile perché non si usa più fare l’intervallo tra i due tempi e sono costretta a tenere la pipì e la fantasia fino alla fine, ma, mentre alla toilette posso andare prima di entrare, alla fantasia non si comanda. Distrarmi durante una conversazione poco interessante è naturale, forse addirittura una forma di autodifesa per evitare di occupare la mente con troppe stupidaggini. Il problema è sfuggire all’interlocutore senza offenderlo, ma chi ha il dono dell’immaginazione non resta mai a corto di scuse.


Ho anche imparato a scrivere in ogni posizione: seduta, in piedi, accovacciata, distesa, e quando la penna non mi supporta, ho sempre una matita oppure il pc portatile che mi segue anche nei viaggi più avventurosi. Sento il bisogno di scrivere subito quello che penso prima che svanisca come i sogni al mattino, ma in fondo perché affannarsi tanto, rischiare incidenti e liti? Tutto ciò che mi serve è nella mia testa.


Borneo, in barca verso gli orangutan

giovedì 5 maggio 2016

Le tre

Ho preso gusto a scansionare le pagine dei miei libri preferiti e mi sa che continuerò a farlo, anche se il gioco di indovinare da dove vengano è fallito già al primo tentativo. Lo faccio per me, per conservare anche sul mio blog piccole porzioni delle letture che mi hanno emozionato, fatto riflettere, incantato, insegnato, divertito e tutte le altre cose che ci fa la lettura di un buon libro.
La soluzione all'enigma di giovedì scorso è: Viaggiare è il mio peccato di Agatha Christie. È un libro che raccoglie le memorie della celebre giallista in viaggio in Siria e Iraq negli anni Trenta, al seguito del secondo marito archeologo Max Mallowan. La Christie iniziò a scriverlo prima della Seconda guerra mondiale e lo riprese nel 1944 per rievocare i ricordi di un periodo felice e avventuroso vissuto in un'epoca in cui l'Europa era forse ancora ingenua rispetto alle relazioni con popoli di culture diverse, mentre adesso la definirei semplicemente colpevole. Ma non è questa la sede adatta a discuterne.

Oggi cambio genere, oggi abbandono la realtà, seppure d'altri tempi, per il meraviglioso mondo della fantasia e lo faccio con un pezzo che mi ha colpita tanto da finire tra le citazioni a inizio capitolo del terzo libro di Legione. Ecco a voi due pagine splendide e la prossima settimana vi svelerò da quale libro provengono, ma lo trovate sempre in questa lista.


sabato 30 aprile 2016

L'editore che vorrei

Si pensa che un autore finisca per auto-pubblicarsi perché rifiutato dalle case editrici. Può essere vero in certi casi, ma per quanto mi riguarda è stata una scelta diversa.
Farsi notare dai grandi editori italiani è complicato perché ricevono tante richieste e, quando sei uno tra tanti, non è facile passare in cima alla lista, per quanto sia buono il tuo libro. È scoraggiante e, a dir la verità, ho fatto pochi tentativi prima di lasciar perdere. Non mi è mai piaciuto bussare con insistenza a una porta chiusa.
Ci sono le infernali case editrici a pagamento che chiedono agli autori di contribuire alle spese o acquistare un certo numero di copie da vendere in proprio, insomma, di partecipare al rischio d'impresa. È una pratica che detesto perché lucra sulle ambizioni degli sprovveduti senza investire su di loro. Se mi chiedi soldi per fare il tuo lavoro, c'è qualcosa che non funziona.

Una piccola casa editrice non a pagamento, che sarebbe più facile da approcciare, non offre molto più del self-publishing perché ha comunque possibilità limitate, sia per diffusione che per cura del prodotto. Quando mi è capitato di affidarmi a un piccolo editore, i miei amici a Roma faticavano a trovare il mio libro e ne sono quasi felice perché la copertina che mi avevano imposto era orribile. Vedo, poi, molti scrittori legati a piccoli editori che devono comunque occuparsi in proprio della promozione.

Quindi ho preferito fare da sola piuttosto che legarmi a un contratto. In questo modo, è vero che sono costretta a gestire anche la parte imprenditoriale e promozionale di una pubblicazione, ma sono anche più libera: nessuno mi impone scadenze e posso fare scelte in autonomia. Sono uno spirito libero, ogni tipo di restrizione mi fa sentire in trappola, firmare un contratto mi mette ansia anche quando si tratta dell'abbonamento a National Geographic. È qualcosa, però, che supererei in cambio dei vantaggi offerti da una grossa casa editrice.

Cosa mi aspetto allora da un editore?

giovedì 28 aprile 2016

Fiori


Questo giovedì, vi regalo la scansione di due pagine di un libro che amo moltissimo. Giocate a indovinare a quale, tra i titoli elencati nella mia lista dei preferiti, appartengano.

Soprattutto, però, ho scelto queste pagine perché mi capita di ripensarci spesso quando ascolto notizie sulla guerra in Siria, sulla resistenza curda e sulle ondate di persone in fuga verso l'Europa. 
Vorrei che potessimo guardare il mondo con la serenità e la curiosità di chi ha scritto queste due pagine e viverlo sapendo che la diversità tra popoli e culture va considerata una ricchezza e non un pretesto per spararsi.






sabato 23 aprile 2016

Lasciar andare il tir


Scrivere è un'attività solitaria e per questo mi permette di essere liberamente me stessa, di far volare idee e fantasie senza limiti, tanto nessuno mi vede.

Prima o poi, però, qualcuno legge ciò che scrivo e a quel punto il tir di parole che trasporta i miei pensieri si scontra con il paracarro mentale di uno sconosciuto. Il risultato può essere una spettacolare esplosione di emozioni e intesa, oppure una fumata nera e tossica. Se non siamo pronti per l’onesto e spietato giudizio altrui, tanto vale tenere il nostro capolavoro nel cassetto.

Quando scrivo ho in mente un lettore ideale che, però, è uguale a me. Ama quello che piace a me, abbiamo in comune lo stesso bagaglio culturale che gli permette di cogliere citazioni nascoste e riferimenti che altri forse non apprezzerebbero. Non so scrivere per tutti anche se qualche passaggio può essere ampiamente condivisibile da persone diverse perché certi temi sono universali per natura. Un’amicizia tradita, per esempio, resta un’amicizia tradita in un romanzo di fantascienza come in un giallo, al massimo in uno dei due ci scappa il morto.

Il lettore ideale è dunque quello che recepisce il mio messaggio esattamente come l’avevo immaginato, ma nella vita niente è facile e scontato come può apparire. L’abilità di uno scrittore sta nell’invertire i fattori di questa banale equazione: lo scrittore ideale è quello che sa trovare le parole e le espressioni più adatte a trasmettere il messaggio desiderato, consapevole ceh il lettore ideale non esiste. Non si tratta di adattarsi al pensiero o al gusto più diffuso per garantirsi il successo né semplificare un concetto complesso per chi non capirebbe. Significa, invece, imparare a caricare il tir perché l’esplosione sia spettacolare a prescindere dal paracarro che colpirà e se ne diffonda l’eco.
Ci sono mille modi per dire qualcosa, ma quando scrivo mi accorgo che uno soltanto è perfetto in quel contesto, in quel momento, in quella posizione, per trasferire al lettore l’immagine che ho in mente. Basta il sinonimo dal suono sbagliato a farmi impazzire perché compromette la frase anche se non ne cambia il senso.

La nostra è una lingua meravigliosamente ricca, piena di parole che possono essere sfruttate in combinazioni infinite senza mai ripetersi oppure ripetersi per creare un effetto, oppure farsi invisibili e sottintese, spegnere o accendere la luce su una frase, parole capaci di cambiare aspetto evocando altre parole. Non inseguo il termine più ricercato per fare bella figura, spesso quello più semplice e banale è esattamente ciò che serve, svolge alla perfezione il suo compito purché lo si metta al posto giusto al momento giusto. La parola perfetta esiste, ma per essere certi di trovarla è necessario averne a disposizione il più possibile, vale a dire, leggere tantissimo e poi ancora.

Una volta caricato il mio tir nel giusto ordine e nella corretta misura, dopo le necessarie revisioni e modifiche perché non sbandi, all’impatto si scatenerà la reazione desiderata: le parole scelte e scritte con tanta cura si trasformeranno per il lettore in sensazioni, immagini, riflessioni, voci e in tutti gli elementi dei quali è fatta la storia che gli sto raccontando. A questo punto, il mio lettore ideale sarà soddisfatto, ma gli altri?
In realtà, il bello dei tir di parole lanciati sulla strada in più copie è che, pur trasportando lo stesso carico disposto nell’identica maniera, a ogni impatto generano esplosioni differenti secondo la conformazione del paracarro colpito. Lo stesso libro, la stessa storia, la stessa frase si presta sempre a molteplici interpretazioni e di conseguenza cambiano le reazioni dei lettori. Se metto a confronto le recensioni di uno dei miei romanzi, mi accorgo che ogni lettore si è soffermato su un aspetto diverso, ha colto un dettaglio diverso, quasi si trattasse di libri diversi. Così ho capito che posso scrivere pensando sempre al mio fantomatico lettore ideale, tuttavia, una volta messa in strada, la flotta di tir non mi appartiene più e posso sedermi a contemplare i risultati degli scontri, traendone lezioni per progettare il prossimo carico.




giovedì 21 aprile 2016

sabato 16 aprile 2016

La mia amica cazzara che si crede una scrittrice

Per prevenire accuse di arroganza, vi dico subito che quella del titolo sono io e questo articolo nasce da una conversazione via Facebook (si chiama conversazione anche se virtuale?) e da una vampata di insicurezza.

Uno scrittore e blogger che stimo, e perciò tutelo con l'anonimato, mi ha proposto di scrivere un guest post per lui e io sto temporeggiando. Sarebbe un'ottima opportunità perché il blog è molto seguito, d'altra parte sono proprio i suoi lettori a spaventarmi perché, anche quando si scambiano spiritosaggini, è chiaro che si tratta di un pubblico con una cultura sopra la media, in grado di discutere qualsiasi argomento, di citare i classici a memoria come io le battute di Ghostbusters. Io mi sono commossa per la bellezza della scrittura di Tempesta, loro probabilmente lo leggono in bagno.

Ora, cosa potrei mai scrivere io, la cazzara che si crede una scrittrice, di interessante o utile per queste persone? Cosa potrei aggiungere a ciò che già sanno? Io, da loro, ho solo da imparare e nulla da raccontare. Lo stimato anonimo mi risponde che non sono tenuta a trattare argomenti tecnici, mentre potrei parlare della mia esperienza personale con la scrittura. Ma a chi importa? Insomma, è quello che già faccio su questo blog e il post più commentato di sempre non è nemmeno mio, ma la tappa del blog tour di Michele Scarparo che si è portato i commentatori da casa. Stimato pure lui, ma lo cito per nome perché ormai ci ha messo la faccia.

Attenzione: non mi sto piangendo addosso. Dico solo che al momento sono l'ultima in cordata e descrivere il panorama a chi è già passato oltre avrebbe ben poco di avvincente. Oltretutto, sono una selfer, un'auto-pubblicata, che in ambito editoriale equivale ad avere la rogna, anche se il gradino più basso rimane occupato da chi si rivolge agli editori a pagamento.
Io so di scrivere bene e so che scriverò sempre meglio perché continuo a imparare, perché come una spugna assorbo conoscenza a ogni occasione e la sfrutto. Ho appreso da mio padre il senso del dovere, il valore del lavoro, qualsiasi lavoro, e so che con l'impegno si ottengono risultati sorprendenti. Se mi affidano un compito io supero sempre le aspettative, supero me stessa ogni volta. Quindi so bene quanto valgo e nella vita ho fatto più strada grazie all'esperienza di quanta ne garantisse il mio insignificante diploma.

Vorrei solo avere la stessa sicurezza quando si tratta di confrontarsi con altri scrittori, con gente capace di raccontare barzellette in latino, con chi conosce l'editoria dall'interno, con chi sfoggia un livello di cultura che per me resterà inarrivabile perché ho una sola vita a disposizione. Da ragazza sprecavo gli anni come se fossero gratis, invece poi si pagano e non sono previsti sconti. Per me un poema è Streets: a rock opera dei Savatage, per intenderci.

Non so ancora se riuscirò a scrivere qualcosa di buono per il blog dello stimato anonimo, però glielo devo perché ho una lista di cose per cui ringraziarlo, anche se lui l'ha definita "robetta".

Cazzari si nasce, scrittori si diventa.

giovedì 14 aprile 2016

5 domande agli scrittori

Alla fine non sono ancora riuscita a scegliere tra le varie idee che mi sono venute per il giovedì, quindi le userò tutte in ordine sparso.

Oggi comincio con cinque domande rivolte a uno scrittore che passasse di qui. Ora, non ho voglia di tornare alla discussione hamburger (nel senso di trita e ritrita e son pure vegana) su chi possa definirsi scrittore: devi aver pubblicato, il self non vale, non basta pubblicare ma devi vendere, vendere quanto? e così via. Gente che scrive per diletto o professione va bene, tanto sono domande facili.



Queste sono le domande:
  1. Cosa ti piace scrivere?
  2. Qual è il complimento più bello che hai ricevuto sulla tua scrittura?
  3. Chi legge per primo quello che scrivi?
  4. Mi dici una parola che ti piace e perché?
  5. Cosa fai quando non scrivi?


Prima rispondo io.
  1. Storie d'avventura con un cucchiaino di mistero, romanticismo q.b. e un mestolo di fantascienza.
  2. "Ho smesso di leggere il tuo libro perché non voglio che finisca."
  3. La mia amica Gloria.
  4. Mi piace il verbo desiderare perché in qualsiasi contesto rende poetica la frase.
  5. Lavoro, viaggio, leggo, mi godo la vita.


Ora tocca a voi.

sabato 9 aprile 2016

Il piacere di immaginare

Pochi giorni fa ho annunciato la riduzione dei post settimanali perché il blog mi toglie tempo per scrivere e non escludo di tagliare ulteriormente le uscite. 

Prima di riprendere a lavorare a gennaio, avevo scritto e programmato così tanti post che sono arrivata al mese di aprile senza la minima preoccupazione. Nei giorni stabiliti i post uscivano regolarmente insieme ai link sulla pagina Facebook. Tutto filava liscio, io vivevo la mia vita (quella che resta fuori dall'ufficio) e ogni tanto davo un'occhiata dal cellulare per rispondere a eventuali commenti. Ho assaporato la libertà dalle scadenze e mi sono goduta il mio compagno, i miei amici, la pianificazione di nuovi viaggi, la lettura di nuovi libri e, seppur a rilento rispetto a quando non lavoravo, la scrittura dei miei romanzi.

Mi soffermo sull'ultimo punto perché è quello di cui tratta questo blog.
In questi mesi mi sono occupata di riordinare gli appunti giornalieri scritti a penna sul mio fedele e pasticciatissimo blocchetto, di impostare e modificare le scalette degli ultimi due libri di Legione, della prima stesura delle scene cruciali, di trasporre in un file i dialoghi che sentivo svolgersi nella mia testa con le voci dei personaggi. Insomma, mi sono dedicata alla fase bellissima della scrittura che è lasciar libera la fantasia. 

Sdraiarmi a immaginare situazioni, eventi, gesti e conversazioni è un piacere che, per quanto mi riguarda, rivaleggia con pochi altri e il potere della mia immaginazione è tale che questo piacere diventa facilmente fisico. Mi accorgo, per esempio, che mentre fantastico su scene d'azione mi capita di corrugare la fronte e stringere i pugni, oppure mi innervosisco pensando a una lite e mi scaldo, sudo. Visualizzare un paesaggio mi rilassa e la battuta riuscita di un personaggio mi fa sorridere. Finisco per commuovermi quando una situazione diventa emozionante e mi si stringe lo stomaco se la tensione cresce. 

È un po' come sognare, ma avendo il controllo del sogno, agendo consapevolmente su ciò che accade, rivivendo più volte una situazione, modificando le dinamiche di dialoghi e azioni. Insomma, per me, immaginare è fisicamente eccitante. Sarà forse l'ebbrezza del potere nel creare e dirigere destini inventati, sarà il vivere attraverso i personaggi vite diverse delle quali posso fare ciò che voglio perché nella mia testa il mondo mi appartiene. Sarà schizofrenia, ma l'adoro!

In seguito, ragionando su tutte queste fantasie, trovo il legame che le fonde in una trama e mi prende una sensazione di vertigine per la soddisfazione di vedere ogni pezzo incastrarsi al proprio posto; allora apro gli occhi, prendo carta e penna, e imbriglio tutto in catene di parole. 

Questo è il mio modo di creare storie: immaginarle con tanta forza da immedesimarmi in ogni dettaglio, ogni personaggio e punto di vista. Non so se sia un dono, un talento, un disturbo mentale o se sia lo stesso per ogni scrittore e artista. Onestamente, non mi interessa definirlo perché mi basta averlo e per questo mi sento fortunata.

Mi rendo conto che il contenuto di questo post non sarà chiaro a tutti e utile a nessuno, però volevo farvi sapere che, per quanto sia importante tener vivo questo blog, se devo scegliere come impiegare il mio tempo, scelgo di godermelo.