sabato 25 giugno 2016

Streets, parole e suoni

Nel post in cui mi definivo una cazzara ho citato un album dei Savatage definendolo un poema e, anche se poteva sembrare una battuta spiritosa, ero assolutamente seria. 
Ora, non vi racconterò chi sono i Savatage, la storia dei fratelli Oliva o come Chriss divenne leggenda perché ci sono Wikipedia e centinaia di siti musicali che possono farlo al posto mio. Vi parlerò invece dell'album Streets - A rock opera, di cosa ho imparato ascoltandolo e soprattutto leggendone i testi e il racconto.

Album originale
Prima, però, apro una parentesi personale. Voglio che sappiate quanto fossi emozionata al concerto dei Savatage nel 1996 quando i componenti della band, scesi dal tour bus, si sono fermati tra i ragazzi che come me facevano la fila davanti all'ingresso e si sono seduti con noi su un marciapiede di Milano ad autografarci i biglietti e condividere panini imbottiti. All'epoca per me le rockstar erano dei e le loro canzoni parabole sul senso della vita. Trovarmi davanti Jon Oliva e stringergli la mano era come vedere la luce e ho provato lo stesso quando ho abbracciato John Petrucci dei Dream Theater facendolo arrivare in ritardo sul palco, o quando Blackie Lawless dei Wasp ha lanciato il suo asciugamano sudato tra il pubblico e il mio amico ha lottato a calci e pugni per averlo e poi l'ha nascosto al sicuro sotto il mio giubbotto perché, malgrado ciò che la gente pensava di quelli vestiti come noi, nessuno avrebbe messo le mani addosso a una ragazza. 
Avrei da raccontare storie incredibili sul perché conservo ancora cimeli di quei tempi come il polsino di Dave Mustaine, una delle rose lanciate sulla folla da Axl Rose nel 1992 a Torino, un album di foto con tutti i biglietti dei concerti e com'è successo che nel 1998 io girassi liberamente dietro le quinte del Monsters of Rock con un tesserino da artista... Magari un'altra volta.

Torniamo a Streets e a che diavolo può avere a che fare con la scrittura di un libro. 
Versione con parti recitate e narrate
Esistono migliaia di album basati su libri e racconti, alcuni artisti hanno creato intere saghe con la propria mitologia raccontando tutto in musica. Questo vecchio cd però ha un posto speciale nei miei ricordi perché l'ho sempre visto come un esperimento perfettamente riuscito di scrittura creativa. Paul O'Neill (genio) ha lavorato al progetto insieme alla band come produttore, compositore e scrittore. Ha scritto una storia stupenda con protagonista lo spacciatore D.T. Jesus pensando di farne un musical, ma, per vari motivi che non ci interessano, alla fine si è trasformata nel concept album dei Savatage. Le prime due pagine del libretto che accompagna il cd sono occupate dal racconto, ma a completarlo seguono i testi delle canzoni e ogni traccia è un capitolo, fino ad arrivare a uno spettacolare e commovente finale. Mi viene ancora la pelle d'oca a ripensarci. Ci sono tutti gli elementi di un buon romanzo: personaggi ben definiti e profondi, descrizioni, riflessioni, sentimenti, azione, atmosfera, una trama che trasporta un messaggio. E poi la scrittura, la scelta delle parole sia nel racconto che nei testi è studiata con tale cura che l'effetto risulta emozionante anche senza musica. Tutto questo mi ha fatto pensare all'importanza della parola giusta al posto giusto, non solo per significato, ma anche per suono, per ritmo della frase, per atmosfera generata. Per esempio, scegliere piante o fronde crea un effetto molto diverso nella melodia di una frase proprio per il suono della parola perché fronde è decisamente più rumoroso e lo userei in un giorno di forte vento, mentre piante è delicato, rilassante e mi fa sentire all'ombra in una giornata di sole.

Chiudo con un pezzo della traccia finale, Believe, nel quale D.T. Jesus vede finalmente la sua vita per quella che è.
Questa secondo me è poesia.

I never wanted to know
Never wanted to see
I wasted my time
Till time wasted me
Never wanted to go
Always wanted to stay
'Cause the persons I am
Are the parts that I play
So I plot and I plan
Hope and I scheme
To the lure of a night
Filled with unfinished dreams
And I'm holding on tight
To a world gone astray
As they charge me for years
I can't pay

giovedì 23 giugno 2016

Uomini al Polo

Il bello del giovedì è che il giorno dopo è venerdì, quello che si chiama "l'ultimo sforzo" della settimana lavorativa e ha già il sapore della libertà. Per me libertà è viaggiare e il libro dal quale è tratta la pagina dell'ultimo enigma è un lungo fantastico viaggio in un mondo immaginario spaventoso e divertente: Le tredici vite e 1/2 del Capitano Orso Blu di Walter Moers. Dovrebbe essere un romanzo per ragazzi, ma pur avendolo letto da adulta l'ho apprezzato tantissimo. È spiritoso, avventuroso, interessante, poetico... Mi è piaciuto davvero tanto. L'autore tedesco ha fatto un gran lavoro di costruzione di un mondo, di una mitologia, di usi e costumi di incredibili personaggi e porta il lettore a esplorarlo insieme al Capitano che come un ingenuo Forrest Gump si fa travolgere dagli eventi della vita senza quasi rendersene conto.

Questa volta non sarà difficile identificare il libro da cui ho tratto le pagine qui sotto, ma in fondo non vi propongo questi spezzoni solo per giocare a indovinare. Quello che sto facendo ogni giovedì è condividere alcune delle mie letture preferite attraverso le frasi che ho sottolineato, quelle che mi hanno colpita e ispirata, i passi che mi hanno trattenuta a riflettere più di altri o che mi hanno fatto sorridere, emozionare, commuovere. Leggere arricchisce la vita con esperienze che non viviamo direttamente, ma in ogni caso finiscono per coinvolgerci e appartenerci. Per questo mi piace raccontarvi cosa ho letto come vi racconterei cosa ho imparato viaggiando. Voglio che vi soffermiate sulle pagine che vi propongo per farvene assaggiare l'atmosfera e par farvi notare le parole scelte dagli autori per esprimere certi pensieri, descrivere certe situazioni, presentare certi ambienti e personaggi. 
Questo è il vecchio diario di una storia reale, questi sono i pensieri di qualcuno che ha vissuto un'avventura drammatica e strepitosa.




sabato 18 giugno 2016

Come Legione è diventato una serie


Quando ho cominciato a scrivere River, ci pensavo come a un unico romanzo ed ero così soddisfatta delle idee che man mano inserivo nella trama che parlandone con gli amici lo chiamavo “il capolavoro mondiale”.  Conteneva molti dei temi che mi appassionano di più: scienza, storia, catastrofi naturali, misteri, personaggi ai quali mettere in bocca le mie riflessioni sulla vita, i luoghi che ho visitato durante i miei viaggi. Quella storia era me, nei mille modi in cui sono me.

A un certo punto, però, mi sono resa conto che non ci sarebbe stato abbastanza spazio per raccontare i mille aspetti di me e tutte le mie materie preferite, River non poteva diventare un’enciclopedia di Simona e poi, sommerso da troppi argomenti differenti, il lettore non li avrebbe apprezzati come avrei voluto. È stato allora che, tra mucchi di foglietti di appunti che non volevo scartare, ho trovato la soluzione proprio nell’idea centrale del romanzo: un’organizzazione segreta millenaria con membri in tutto il mondo era perfetta per trattare qualsiasi questione in qualsiasi ambientazione storica e geografica traendone più di un libro.
Per portare avanti una serie serve innanzitutto organizzazione perché, anche se ogni trama segue il proprio percorso, bisogna stare attenti ai tempi che si intrecciano. Un’invenzione realizzata dagli scienziati legionari in una certa epoca non può esistere prima, lo stesso personaggio non può apparire in un certo luogo e in un certo momento se in un altro libro si trova altrove nello stesso momento, nessuno può conoscere un fatto o una notizia prima che accada o gli venga rivelata. Per questo mi affido a uno schema che riporta in ordine eventi e date di ogni trama, una pratica che mi è stata molto utile per evitare incongruenze, ma in qualche caso mi ha anche limitato imponendomi un percorso tracciato quando non pensavo a Legione come una serie. Tuttavia, trovare gli incastri perfetti, ragionandoci magari per settimane, dà soddisfazione.

Ho deciso a priori che mi sarei fermata al quinto libro perché le serie troppo lunghe mi sanno sempre un po’ di telenovela e poi non voglio restare legata a un solo progetto quando ho già mille idee per altri romanzi e racconti. Perché cinque? È un numero che mi piace e ricorre casualmente in diverse questioni che mi riguardano. Non intendevo comunque creare una saga del tipo che per sapere come va a finire la storia bisogna aspettare un anno (se va bene), così ho deciso di raccontare tante storie autoconclusive dedicate a diversi protagonisti. A certi personaggi mi sono affezionata e li ho ripresi in più di un episodio mostrandoli al lettore in momenti diversi della loro vita. Se siete arrivati al terzo volume potete capire a cosa mi riferisco, ma per gli altri non posso approfondire altrimenti diventa spoiler.
L’ultimo libro di Legione segnerà quindi una fine netta e irreversibile anche se dovessi realizzare il volume spin-off.  In fondo, domani è un altro giorno e il capolavoro mondiale arriverà.


giovedì 16 giugno 2016

Senza timone

Sono tornata. Vi sono mancata?

La soluzione all'ultimo enigma è arrivata con il commento di PL (che strani nomi hanno i miei lettori!): la mente speciale appartiene al ragazzino autistico di Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon. È un romanzo delizioso che partendo dal piccolo giallo sulla morte del cane dei vicini trasporta il lettore nel mondo di Christopher, quindicenne affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo che gli causa gravi difficoltà nelle relazioni personali. A dargli sicurezza sono la logica e la matematica, ma per risolvere il caso, Christopher deve passare attraverso i sentimenti e i segreti delle persone che vivono intorno a lui. Il libro, uscito nel 2003, ha avuto un enorme successo e ne sono state tratte versioni teatrali e cinematografiche.

Il nuovo enigma è costituito da una sola pagina presa da un romanzo ingiallito nella mia libreria e consumato dalle volte che l'ho sfogliato per rileggere le mie frasi preferite. Qui ne ho sottolineata una a matita e so che molti lettori mi considereranno un mostro per questo, ma non sono il tipo che conserva i libri intonsi (quello è mio fratello che imbusta i fumetti uno per uno). Chi apre un libro che mi appartiene si accorge subito che è mio perché con la matita sottolineo, traccio x e faccio cerchi intorno ai paragrafi che voglio ritrovare. Nella trama di questo romanzo, comunque, si trovano mostri peggiori insieme ad avventure straordinarie. Buon viaggio.


giovedì 2 giugno 2016

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Ogni scusa è buona per viaggiare: vi abbandono per un po' perché ho bisogno di mare. Il prossimo post uscirà il 16 giugno.
Au revoir, lettori.


sabato 28 maggio 2016

Fatto

Vi avevo raccontato delle paranoie generate dalla richiesta di Salvatore Anfuso, ormai posso nominarlo, di scrivere un guest post per il suo blog. Bene, l'articolo è uscito ieri e lo trovate qui.

Salvatore, per incoraggiarmi, mi aveva suggerito di partire da un'esperienza personale come scrittrice e trarne un post oggettivo sull'argomento. In risposta alla mail con la quale gli inviavo il file dell'articolo, mi ha scritto: "Giungendo al tuo guest: no, non l'hai scritto con oggettività. Ma uno scrittore deve prima di tutto saper parlare di sé e tu lo fai eccezionalmente bene."
Questa la conservo tra le frasi più belle che mi siano mai state rivolte.

Alla fine com'è andata?
Molto bene. C'è stata interazione e discussione malgrado il post fosse davvero troppo personale per dare un contributo utile ad altri scrittori.
Due sfumature mi hanno fatto particolarmente piacere.
La prima è che, a un certo punto, si è finiti a parlare di vulcani che sono una delle mie grandi passioni e, anche se sono stata io a citare l'Etna per prima, questo dettaglio mi ha dato una bella sensazione. Mi ha fatto pensare che ogni lato di me emerge anche quando tratto altri argomenti perché quella sono io, anche in poche righe, sono sempre io con tutto ciò che mi porto dentro. Io sono tante cose e quelle cose mi seguono.
La seconda, più importante, è stata il tono dei commenti. Rassicurante e amichevole. Michele è sempre gentile con me, ma poi è stato quel "Grazie per aver condiviso" di Grilloz che, come ha fatto notare Salvatore, pareva il benvenuto a un nuovo membro del gruppo di sostegno per scrittori alcolisti (mi è sfuggita anche la citazione dell'Oktoberfest perché anche la birra mi segue). Da lì in poi è stato tutto un "Anch'io mi sento così", comprensione, racconti di vicende analoghe e incoraggiamento. Posso dire che sia stata un'esperienza terapeutica. Hahahahaha!
Quindi ringrazio tutti coloro che si sono presi due minuti per leggere il mio guest post e commentarlo e, ovviamente, ringrazio ancora Salvatore per aver insistito a farmi cogliere questa opportunità.

Buon weekend di scrittura e...



giovedì 26 maggio 2016

Una mente speciale

L'estratto di giovedì scorso, come indovinato da Yoneko nei commenti, proviene da Neverwhere/Nessun dove di Neil Gaiman, il primo romanzo dell'ormai celebre autore inglese. Purtroppo non c'è un premio, solo la piccola gioia di avere un libro in comune :)
In realtà, non è la prima volta che qualcuno trova il titolo del libro proposto. Due settimane fa Fabio di Librinviaggio aveva scoperto Bradbury, ma ha risposto via Facebook invece che sul blog. La conversazione è stata all'incirca:
Fabio - Mi verrebbe da dire Stephen King, ma non sono convinto
Io - Credo che questo autore ci foderasse i cassetti con i libri di King
Fabio - Ci sono! Il popolo dell'autunno di Bradbury!

Ma torniamo a Gaiman.
Per chi, come me, è appassionato di fumetti al punto da considerarli letteratura al pari dei libri, era già un idolo prima che cominciasse a pubblicare romanzi e racconti: certe storie scritte per Sandman andrebbero studiate nelle scuole. Preferisco il suo fantasy filosofico metropolitano a quello classico, ma è solo una considerazione personale.

Con Neil Gaiman ho chiuso il poker dei miei scrittori preferiti, ma ci sono tanti libri nella lista di quelli che mi hanno colpito e stregato negli anni e il gioco prosegue. Oggi cambio di nuovo genere e vi porto a conoscere qualcuno di molto speciale...









sabato 21 maggio 2016

Divagazione: dentro il cielo

Io non credo in un dio, ma non credo nemmeno che l'universo ruoti intorno a me. Credo nella perfezione della natura, nelle forze che muovono le onde del mare e le galassie nello spazio secondo un disegno senza errori con un senso che noi non possiamo arrivare a comprendere, ma di sicuro esiste perché funziona da sempre con estrema precisione. Qualsiasi cosa accada.

Questo pensiero mi aiuta a ridimensionare di molto quello che vedo, quello che mi accade e quello che provo. Mi aiuta a distinguere ciò che è davvero importante da cose per le quali non vale la pena affannarsi.
Ricordo che la mia gatta mi guardava pensando: "Tu non hai capito proprio una mazza di come funziona l'universo" e aveva ragione o forse l'abbiamo solo dimenticato e quando ci torna in mente ci sentiamo piccoli, ci rendiamo conto di aver perso le risposte nel tempo distratti da pensieri stupidi.

Lo so, sembra che stia delirando, però quando ti trovi lontano dalle città e riesci a vedere tante stelle ti accorgi che il senso della vita è essere felici, il resto sono solo sassi che ingombrano la strada, pesi da lasciarsi alle spalle.

Non ci riflettiamo mai, ma il cielo finisce dove comincia la terra, ai nostri piedi, e noi ci siamo dentro completamente. Pensa a certe splendide giornate di sole, quando non è possibile rimanere arrabbiati o tristi con un cielo tanto blu a riempirti gli occhi; pensa ai giorni di pioggia, sotto nuvole gonfie e ruggenti pronte a scaricare cascate di vita nel terreno assetato; pensa ai giorni di vento, quella forza trasparente che asciuga le lacrime e ripulisce l'orizzonte per permetterti di guardare più lontano sorprendendoti di ciò che vedi; pensa alle albe e ai tramonti che sono unici ogni giorno e cambiano colore e luce in pochi istanti.

Pur con tutti i nostri difetti, preoccupazioni, malumori e traumi, come possiamo non credere che la vita sia bella quando ci troviamo immersi e facciamo parte di tanta meraviglia?

giovedì 19 maggio 2016

Dove siamo?

Prima di tutto, la soluzione dell'enigma di giovedì scorso: le pagine sulla vita in un vicolo africano sono tratte da Ebano di Ryszard Kapuściński, il primo libro che ho letto del giornalista polacco che mi ha raccontato l'Africa dal punto di vista dell'Africa e non da quello a cui ci ha abituati la tv. Adoro le storie delle sue disavventure di reporter squattrinato che osserva il mondo cambiare sotto un sole bollente, sotto piogge furiose, in mezzo al fango e al fuoco, ai rifiuti e ai proiettili, al sangue dei miseri con i quali condivide un bicchiere e qualche chiacchiera sulla vita. Quando sono stata in Zambia e Botswana avevo ben presenti i suoi racconti e proprio grazie ai suoi libri ho saputo apprezzare la vera Africa, non quella dei tour organizzati, dei villaggi turistici e delle recite sulle usanze indigene. Ho passeggiato di sera per le vie di Livingstone pensando a giocattoli rotti e magia e me la sono goduta tutta!

Oggi invece vi propongo un viaggio diverso, un viaggio che può intraprendere chiunque senza allontanarsi troppo da casa, partendo dalle strade che conosce a memoria e dai luoghi che ritiene familiari. Basta fermarsi un attimo a guardarli con occhi diversi e lasciarsi trasportare dall'immaginazione per scoprire mondi segreti e fantastici. Questo è un piccolo estratto, ma scoprire da dove provenga è davvero troppo facile.


sabato 14 maggio 2016

Divagazione: belle stagioni

Progetto di andarmene lontano e questo è l'anno buono. Non ho niente da perdere e tutto da guadagnare nel farmi trascinare dalla fune che mi lega ai sogni più folli. Questa fune è robusta e preziosa, fatta d'oro e argento intrecciati, fa un doppio giro intorno ai miei fianchi e resta tesa lungo la linea del tempo: un capo svanisce davanti ai miei passi verso un orizzonte abbagliante; l'altro capo, alle mie spalle, è saldamente avvolto intorno all'albero dei ricordi che ha un tronco possente solcato da cicatrici e sfregi che la corteccia inghiottisce con gli anni e un'infinità di rami pieni di foglie e fiori e frutti felici. Il mio passato è un albero con radici che affondano in un terreno che non appartiene solo a me, ma è fatto di strati di storia, delle ossa di chi è venuto prima, di pagine di libri, di tragedie e conquiste, di errori e di invenzioni. Il mio albero è cresciuto lì, tra miliardi di alberi più giovani e più antichi, quello è il mio.
A ogni albero è legata una persona e nessuno conosce la misura della propria fune finché non arriva all'altro capo. Certe funi si incrociano, si annodano tra loro, alcune divengono più forti, altre si sfilacciano. C'è chi ci ne fa un cappio, chi tenta di tagliarla, chi ne resta prigioniero, chi se la lascia scorrere tra le mani, chi la segue oltre la collina per andare incontro a nuovi orizzonti. Sono scelte.

Il mio albero è spuntato 41 anni fa a Monza e, prima di scoprire che la mia fune poteva fare più volte il giro del pianeta, il mio mondo era racchiuso tra le colline della Brianza. Quando viene la bella stagione penso sempre ai prati, ai boschi, ai fiumi, alle costellazioni di laghetti che precedono il lago di Como, le Prealpi e poi le montagne vere. Torno ragazzina e riaffiorano immagini e sensazioni.

Penso che nelle notti d'estate si sale a Montevecchia carichi di desideri a contemplare sciami di stelle cadenti. Penso che da bambini ci si sbucciano le ginocchia e ci si graffiano le mani arrampicandosi sugli alberi e da adolescenti si prende la moto e si va a mangiare il gelato respirando il profumo delle piante che circondano la strada. Penso alle birrerie con i tavoli di legno dove ho inciso il mio nome vent'anni fa insieme a quelli di amici storici. Penso ai boschi dove si suonava la chitarra fino al mattino. Penso alle domeniche con i panini imbottiti nello zaino e le camminate lungo la ferrovia. Penso che si girava da soli in bicicletta a dieci anni e si conquistavano salite impossibili, penso che quelle salite sono rimaste impossibili anche quando sono passata dalla bicicletta all'auto perché solo un demente poteva progettare una strada con quella pendenza. Penso agli sterrati percorsi sparando sassolini in ogni direzione per andare a vedere il tramonto e ai furti di frutta da alberi e cespugli. Penso al panorama notturno di una distesa di colline luccicanti di paesini, come un presepe silenzioso nell'aria calda della stagione sbagliata. Penso che si faceva l'amore su coperte colorate e si tornava a casa spettinati con fili d'erba tra i capelli convinti di avere un segreto.

Penso che non è stato tutto così bello e facile come nei miei ricordi, ma conservo solo i migliori, le belle stagioni dell'anno e della vita. Sono contenta che il mio albero sia qui e resterà qui, anche quando sarò lontanissima, a reggere un capo della mia fune mentre corro verso l'orizzonte oltre le colline. I brutti periodi si superano se il tuo albero è abbastanza forte e mentre seguo la mia fune non porto il peso di ciò che mi è accaduto, degli errori che ho commesso, del dolore che ho provato, ma mi faccio spingere da quello che ho imparato sotto i colpi peggiori e mi faccio alleggerire dai ricordi più dolci.
Ogni stagione è una bella stagione.

giovedì 12 maggio 2016

Il mio vicolo

Un altro giovedì di scansioni per condividere passaggi tratti dai miei libri preferiti.
Prima di presentarvi due nuove pagine, però, vi svelo la provenienza di quelle pubblicate la scorsa settimana: Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury. È uno dei miei romanzi preferiti di sempre e, anche se lo vedo ingiallire e invecchiare sullo scaffale, ne subisco ancora il fascino e lo trovo sempre più bello ogni volta che lo sfoglio. Sì, ne sono innamorata, sono innamorata di ciò che Bradbury sapeva evocare con le parole più semplici: era un mago. Pare non sia più così facile trovare questo libro, ma se ci riuscite avrete tra le mani qualcosa di prezioso.

Con l'estratto di oggi torno a racconti di vita reale e sono ben tre pagine, ma non voglio aggiungere altro. Alla prossima settimana per scoprire da dove arriva.

sabato 7 maggio 2016

I rischi del mestiere



Melbourne, wifi in piazza
Chi pensa a uno scrittore come un tizio ingobbito sul pc che batte sui tasti nella penombra di una stanza tra colonne di fogli impilati e mucchi di cartacce appallottolate non sta pensando a me.


È vero che preferisco scrivere nelle giornate cupe e piovose, ma è solo perché quando c’è il sole sento il richiamo dell’aria aperta e soffro a restare chiusa in casa. Questo, però, non significa che la bella stagione rallenti il mio lavoro, anzi. Io riesco a scrivere ovunque e in ogni condizione, non so resistere a un’improvvisa ispirazione e ho bisogno di metterla immediatamente su carta.

L’impulso di afferrare il mio blocchetto e appuntare l’idea del momento è incontrollabile in qualsiasi situazione mi trovi ed è qui che arriva il rischio: può capitare mentre guido, mentre cammino per la strada, mentre sono in riunione al lavoro, mentre guardo un film al cinema, perfino mentre parlo con qualcuno e la mia mente divaga perché  il mio interlocutore è poco interessante. Per intenderci, è come quando ti scappa la pipì e temporeggi saltellando, sapendo che non potrai trattenerla a lungo.

Igoumenitsa, al porto in attesa del traghetto
Se sto guidando, mi tocca trovare al più presto uno spazio per fermarmi, anche a bordo strada con il ticchettio delle quattro frecce a fare da colonna sonora ai miei pensieri, e scrivo appoggiata al volante così è capitato che suonassi il clacson inavvertitamente. Se sono a piedi è più semplice, ma la gente mi guarda in modo strano quando mi nota ferma con carta e penna anziché con il cellulare in mano, forse teme che sia un vigile intento a compilare una multa, forse sembro un personaggio arrivato dal passato con la macchina del tempo dall’epoca in cui si usavano le penne e le matite. In caso di pioggia e con l’ombrello in mano diventa un po’ complicato, ma un portone sotto il quale ripararsi si trova sempre. Durante le riunioni di lavoro, i miei appunti sull’argomento di discussione sono alternati a spezzoni di trame e li copro con la mano come se fossi a scuola e non volessi mostrare il mio compito al compagno che tenta di copiarlo. Anche in questo caso devo apparire ben strana ai miei colleghi. Al cinema è terribile perché non si usa più fare l’intervallo tra i due tempi e sono costretta a tenere la pipì e la fantasia fino alla fine, ma, mentre alla toilette posso andare prima di entrare, alla fantasia non si comanda. Distrarmi durante una conversazione poco interessante è naturale, forse addirittura una forma di autodifesa per evitare di occupare la mente con troppe stupidaggini. Il problema è sfuggire all’interlocutore senza offenderlo, ma chi ha il dono dell’immaginazione non resta mai a corto di scuse.


Ho anche imparato a scrivere in ogni posizione: seduta, in piedi, accovacciata, distesa, e quando la penna non mi supporta, ho sempre una matita oppure il pc portatile che mi segue anche nei viaggi più avventurosi. Sento il bisogno di scrivere subito quello che penso prima che svanisca come i sogni al mattino, ma in fondo perché affannarsi tanto, rischiare incidenti e liti? Tutto ciò che mi serve è nella mia testa.


Borneo, in barca verso gli orangutan

giovedì 5 maggio 2016

Le tre

Ho preso gusto a scansionare le pagine dei miei libri preferiti e mi sa che continuerò a farlo, anche se il gioco di indovinare da dove vengano è fallito già al primo tentativo. Lo faccio per me, per conservare anche sul mio blog piccole porzioni delle letture che mi hanno emozionato, fatto riflettere, incantato, insegnato, divertito e tutte le altre cose che ci fa la lettura di un buon libro.
La soluzione all'enigma di giovedì scorso è: Viaggiare è il mio peccato di Agatha Christie. È un libro che raccoglie le memorie della celebre giallista in viaggio in Siria e Iraq negli anni Trenta, al seguito del secondo marito archeologo Max Mallowan. La Christie iniziò a scriverlo prima della Seconda guerra mondiale e lo riprese nel 1944 per rievocare i ricordi di un periodo felice e avventuroso vissuto in un'epoca in cui l'Europa era forse ancora ingenua rispetto alle relazioni con popoli di culture diverse, mentre adesso la definirei semplicemente colpevole. Ma non è questa la sede adatta a discuterne.

Oggi cambio genere, oggi abbandono la realtà, seppure d'altri tempi, per il meraviglioso mondo della fantasia e lo faccio con un pezzo che mi ha colpita tanto da finire tra le citazioni a inizio capitolo del terzo libro di Legione. Ecco a voi due pagine splendide e la prossima settimana vi svelerò da quale libro provengono, ma lo trovate sempre in questa lista.


sabato 30 aprile 2016

L'editore che vorrei

Si pensa che un autore finisca per auto-pubblicarsi perché rifiutato dalle case editrici. Può essere vero in certi casi, ma per quanto mi riguarda è stata una scelta diversa.
Farsi notare dai grandi editori italiani è complicato perché ricevono tante richieste e, quando sei uno tra tanti, non è facile passare in cima alla lista, per quanto sia buono il tuo libro. È scoraggiante e, a dir la verità, ho fatto pochi tentativi prima di lasciar perdere. Non mi è mai piaciuto bussare con insistenza a una porta chiusa.
Ci sono le infernali case editrici a pagamento che chiedono agli autori di contribuire alle spese o acquistare un certo numero di copie da vendere in proprio, insomma, di partecipare al rischio d'impresa. È una pratica che detesto perché lucra sulle ambizioni degli sprovveduti senza investire su di loro. Se mi chiedi soldi per fare il tuo lavoro, c'è qualcosa che non funziona.

Una piccola casa editrice non a pagamento, che sarebbe più facile da approcciare, non offre molto più del self-publishing perché ha comunque possibilità limitate, sia per diffusione che per cura del prodotto. Quando mi è capitato di affidarmi a un piccolo editore, i miei amici a Roma faticavano a trovare il mio libro e ne sono quasi felice perché la copertina che mi avevano imposto era orribile. Vedo, poi, molti scrittori legati a piccoli editori che devono comunque occuparsi in proprio della promozione.

Quindi ho preferito fare da sola piuttosto che legarmi a un contratto. In questo modo, è vero che sono costretta a gestire anche la parte imprenditoriale e promozionale di una pubblicazione, ma sono anche più libera: nessuno mi impone scadenze e posso fare scelte in autonomia. Sono uno spirito libero, ogni tipo di restrizione mi fa sentire in trappola, firmare un contratto mi mette ansia anche quando si tratta dell'abbonamento a National Geographic. È qualcosa, però, che supererei in cambio dei vantaggi offerti da una grossa casa editrice.

Cosa mi aspetto allora da un editore?

giovedì 28 aprile 2016

Fiori


Questo giovedì, vi regalo la scansione di due pagine di un libro che amo moltissimo. Giocate a indovinare a quale, tra i titoli elencati nella mia lista dei preferiti, appartengano.

Soprattutto, però, ho scelto queste pagine perché mi capita di ripensarci spesso quando ascolto notizie sulla guerra in Siria, sulla resistenza curda e sulle ondate di persone in fuga verso l'Europa. 
Vorrei che potessimo guardare il mondo con la serenità e la curiosità di chi ha scritto queste due pagine e viverlo sapendo che la diversità tra popoli e culture va considerata una ricchezza e non un pretesto per spararsi.