venerdì 10 novembre 2017

Si può sempre fare meglio

«La capacità di essere autocritici è una grande risorsa. Per questo scrivo i miei testi a mano, perché scrivendo a mano è molto più facile inserire, tagliare, correggere, cancellare. I miei testi, soprattutto quelli dei libri, sono un groviglio di cancellazioni, rifacimenti e "fumetti" da inserire che da vent'anni Barbara Ferranti, copista eccezionale, riesce a decifrare, consegnandomi in un attimo una copia perfetta.
Ma soprattutto ho capito da subito che bisogna documentarsi bene, prima di scrivere qualunque cosa. In questo mestiere, che porta ad avere una visibilità così forte, non si può sbagliare: gli errori non vengono perdonati e rimangono incollati alla propria immagine come un cartellino.
Il consiglio che posso dare ai giovani è: nel vostro lavoro, qualunque esso sia, puntate all'eccellenza. Si può sempre fare meglio: farsi venire un'idea nuova, leggere un libro in più, scoprire un nuovo dato, migliorare una presentazione. Non accontentatevi...
Queste cose mi sono state estremamente utili quando, molto più tardi, ho cominciato a fare divulgazione scientifica. Divulgare infatti vuol dire, in pratica, tradurre dall'italiano in italiano, dicendo le stesse cose in modo chiaro. Un lavoro non sempre facile perché per poter spiegare bisogna prima aver capito bene.»

Piero Angela, Il mio lungo viaggio


venerdì 3 novembre 2017

Gattara

L'amica Feddi ha da poco terminato un corso di "Consulente della relazione felina" (sì, esiste) che le interessava per via del suo lavoro al gattile comunale.
Mi ha inviato questo estratto da uno dei libri di testo sui quali ha studiato, La mente del gatto di Bruce Fogle, e voglio condividerlo con voi.

«Durante la guerra del Vietnam, qualche intelligentone che quasi sicuramente possedeva dei coon hound, e che non aveva mai dato un ordine a un gatto in tutta la sua vita, decise che l'esercito avrebbe dovuto provare a utilizzare i gatti come guide notturne per i soldati. Dopotutto, deve essersi detto, i cani hanno ottimi sensi e li utilizziamo per fiutare materiale militare. I gatti hanno un'ottima vista notturna, perciò dovremmo usare anche loro. Dimenticò, o forse non l'aveva mai saputo, che addestrare i gatti è facile – finché si sceglie qualcosa che si divertono a fare. In questo programma i gatti vennero forniti di bardature e venne detto loro di condurre i soldati attraverso la giungla, di notte. Dopo mesi di manovre notturne, venne trasmesso un rapporto; eccone alcuni brani:
Una squadra, a cui era stato ordinato di partire, è stata condotta dai gatti in direzioni totalmente diverse... In molte occasioni gli animali hanno guidato di corsa le truppe nella folta boscaglia all'inseguimento di topi di campagna e uccelli... Le truppe han dovuto costringere i gatti a seguire la direzione della pattuglia... Spesso l'esercitazione portava gli animali ad appostarsi e attaccare le cinghie pendenti dello zaino del soldato che marciava direttamente davanti all'animale... Se il tempo era inclemente o se anche solo minacciava di potersi mettere al brutto, i gatti non si trovavano mai da nessuna parte.»

Chi vive con un felino sta sicuramente ridendo come me, immaginando i gatti che giocano con le cinghie degli zaini e che guidano le truppe all'inseguimento di topi.
L'autore è un veterinario e il libro si apre con un'introduzione che è una sincera ammissione dell'incapacità umana di capire i gatti, forse gli animali in genere, ma i gatti in particolare:
«Lasciatemi dire innanzitutto che non esiste alcun modo che consenta di scrivere sui gatti e di essere al tempo stesso ritenuti persone sensate e assennate.»
Ecco, mi andava di pubblicare questo post perché mi conoscete come viaggiatrice e scrittrice, ma sono anche gattara. E un sacco di altre cose più o meno evidenti.
Miao a tutti.

giovedì 19 ottobre 2017

Simona c'è, ma non si vede

Per chi non mi segue su Facebook, ma solo al supermercato, pubblico anche qui un aggiornamento sulla mia apparente sparizione dalla rete.
Fa tenerezza quanto un social network si preoccupi quando non mi faccio sentire per qualche settimana.



martedì 26 settembre 2017

Fantascienza applicata

«Ero in Cina nel 2007, alla prima convention assoluta sulla fantascienza e il fantasy approvata dal Partito nella sua storia. Ad un certo punto ho preso da parte un funzionario e gli ho chiesto “Perché? La fantascienza è stata ufficialmente messa all’indice per tanto tempo. Cosa è cambiato ora?”. E lui mi ha detto che la risposta era era semplice: “I cinesi erano eccellenti nel replicare una cosa se un’altra persona gli avesse portato il progetto. Ma non innovavano e non inventavano. Non avevano immaginazione. Allora hanno mandato una delegazione negli Stati Uniti, alla Apple, alla Microsoft, a Google, e hanno chiesto alle persone lì, a quelle che progettavano il futuro. Così hanno scoperto che tutte loro avevano letto fantascienza quando erano ragazzi».

Neil Gaiman 14 ottobre 2013

sabato 16 settembre 2017

Lorenzo è in Florida

Siccome teneva molto a mandarvi... i suoi saluti, Lorenzo mi ha inviato un po' di foto dalla Florida. 
Dice che del passaggio di Irma si notano solo i resti di qualche palma spezzata lungo le strade (gli avevo detto che quelle sono zone ricche, mica New Orleans), ma ora c'è il sole e lui si diverte. 



Ah, la valigia è arrivata col suo stesso volo, strano, dev'esserci stato qualche disguido a Fiumicino.
Insomma, la sua vacanza on the road procede nel migliore dei modi, buon per lui e meno per me che speravo in qualche colpo di scena da raccontarvi. Però, a pensarci bene, non mi ha detto in che anno si trova...






domenica 10 settembre 2017

Romanticissima me

Raggiunto il traguardo del millesimo post, Helgaldo smette di pubblicare. Comprendo e sostengo la sua scelta, ma per me privare la rete di Dadovestoscrivendo è come togliere John Belushi da questa scena. Sono una romantica, che posso farci?




giovedì 7 settembre 2017

Lorenzo va in Florida

Lorenzo ha prenotato un volo Alitalia per Miami con il giusto anticipo per risparmiare sul biglietto. Peccato che da Milano debba fare scalo a Roma e gli è stato detto che in genere non si fa in tempo a prelevare i bagagli dai voli in arrivo da Linate per caricarli sulla coincidenza per Miami.
«Rimanga nei pressi dell'aeroporto, il giorno dopo, la valigia, le arriva di sicuro.»
«Mi prende in giro?»
«Guardi, metà settembre è ancora estate, il personale è ridotto. Sa com'è.»
Il giorno dopo ha scoperto che c'era un volo American Airlines da Malpensa, tra l'altro più comodo da raggiungere da casa sua, diretto per Miami, ma la sua prenotazione non era rimborsabile.

Quando, durante una pausa caffè, ha annunciato che sarebbe andato in Florida a metà settembre, gli ho fatto notare che da quelle parti è stagione di uragani. E qui mi sono spesa in spiegazioni sulle catastrofi naturali, con tanto di classi da tempesta tropicale a uragano di categoria 5, ho chiarito la differenza tra uragano, che nel Pacifico invece si chiama tifone, e tornado che è tutt'altra cosa, come una perfetta discepola di Piero Angela. In sostanza gli ho predetto che, oltre a ritrovarsi senza bagaglio, è probabile che si imbatta in un tempo pessimo, tuttavia, dal momento che ha intenzione di girare lo stato in macchina, potrà sempre evitare le zone più a rischio. Mi piaceva, però, immaginarlo come quei reporter con la mantellina gialla che svolazza nel vento a trecento chilometri orari e si aggrappano al microfono, raccontando ai telespettatori del peggior uragano del secolo, mentre alle loro spalle si vedono palme piegate fino a terra e onde alte dieci metri che superano i frangiflutti e si abbattono sulla strada. «Mandami un video così» l'ho pregato.

Pensandoci meglio, ci è anche venuto in mente che la rotta del suo aereo dovrebbe attraversare il famoso Triangolo delle Bermuda. Allora l'ho tranquillizzato: «Non importa se perdi la valigia e il meteo prevede l'uragano Katrina, tanto per una distorsione spazio-temporale atterrerai nel 1945» il che, per un grande appassionato di storia come Lorenzo, potrebbe perfino essere interessante.

C'è poi un altro potenziale problema: l'anno scorso Lorenzo è stato in Russia, o meglio, in Urss, come gli piace raccontare. Questo dettaglio, in clima di Russiagate, potrebbe non piacere al controllo passaporti americano, dove un agente parlerà all'orecchio del collega e poi si rivolgerà a Lorenzo con un serio: «Mi segua.»
«Posso prima ritirare il mio bagaglio?»
«Ha fatto scalo a Roma, non arriverà prima di domani.»

La pausa caffè è finita, si torna in ufficio e alla realtà.
«Vedrai che andrà tutto bene» gli dico «e non avrai niente di eccitante da raccontarmi al tuo ritorno. Che palle!»
Lorenzo mi fa un gestaccio. No, non è vero, è molto educato, aspetta sempre che gli dicano «Avanti» quando bussa a una porta.

Penso che si troverà bene in Florida, nel 1945.

Comunque intanto passa Irma...

martedì 5 settembre 2017

Saggezza Topolare

«Non sono diventato Paperon De' Paperoni intralciando chi era più rapido di me! Mi sono impegnato per essere il più veloce!»

Zio Paperone e le molecole in affitto, Topolino n.3195


sabato 15 luglio 2017

Chiuso per lavori

Sospendo gli aggiornamenti del blog, già molto rallentati negli ultimi tempi, per concentrarmi sull'ultimo volume di Legione. Godetevi serenamente le vacanze, mentre lavoro per voi. Al ritorno, potreste trovare una sorpresa che allevierà un poco la malinconia dell'estate che finisce. Arrivederci a quando cadranno le foglie.
Buone ferie, lettori!


giovedì 6 luglio 2017

Frammenti di Legione - Destino

«Vedo soltanto i fili rossi tessuti dal destino in una ragnatela di possibilità» disse muovendo le dita nell'aria «Intrecci e nodi cambiano con le decisioni che prendiamo e posso osservare le conseguenze di ogni singola scelta. Nelle mie visioni, la storia si riscrive in continuazione, conducendo a finali diversi. La differenza tra Gabriel e me è che lui sapeva quale strada avrebbe preso l'umanità a ogni bivio, conosceva l'unico finale reale tra quelli possibili.» 

Legione 4


Antonio Renna, illustrazione per Gabriel

lunedì 3 luglio 2017

Amore #1

«L'amore è quella cosa che tu sei da una parte, lui da un'altra, e gli sconosciuti si accorgono che vi amate. Chest'è.»

Massimo Troisi


giovedì 29 giugno 2017

Occhi

Succede che per giorni nessuno mi guardi negli occhi. All'inizio, credevo fosse una mia impressione, di quelle cose che pensi e ti chiedi come mai ti vengono certi pensieri. Ci ho fatto caso per qualche giorno: di tutte le persone che ho incontrato, nessuna mi ha guardato negli occhi. E per guardarmi negli occhi non intendo solo fisicamente, capisco quando qualcuno mi scrive un messaggio, una mail o mi telefona e mentre mi parla non mi sta guardando negli occhi. Ho trovato un motivo per ogni persona e per ognuna saprei dire esattamente dove guarda, mentre mi scrive, mi parla o mi ascolta, se sta ascoltando. Non mi sto lamentando, anzi, gli occhi servono per le cose importanti. Capita, però, che mi si dicano cose importanti guardando altrove, forse per poca convinzione, per insicurezza, per senso di colpa, oppure perché non sono cose del tutto vere, non proprio bugie, ma nemmeno pura verità così come sgorga dal cuore. 
Comunque, non lo capisco grazie a un super potere o chissà quale sensibilità speciale: è che anch'io qualche volta abbasso gli occhi.

Be', pensavo questo e mi chiedevo come mai mi vengono certi pensieri. Forse andrebbero nella pagina di annotazioni di Helgaldo.



mercoledì 21 giugno 2017

Frammenti di Legione - Egoismo

«A volte, l'egoismo è l'unica forma d'amore che rimane. Non è togliere amore agli altri, è amarsi come gli altri non sanno fare. A volte.»

Legione 4 

Antonio Renna, illustrazione per Maya


Trovate le illustrazioni per i volumi precedenti nella galleria.

lunedì 19 giugno 2017

Riflessione in parallelo

Tutti i difetti del nostro romanzo-capolavoro nella recensione di una serie tv. 
Giochiamo a sostituire la serie con la carriera di scrittore, l'episodio pilota con il romanzo d'esordio, i minuti con le pagine, gli attori con i personaggi, gli effetti speciali con lo stile, l'investimento in denaro con l'investimento in studio e impegno, e così via.
Poi facciamo del nostro meglio perché non si parli mai in questo modo di ciò che scriviamo.

«Non mi capita spesso di piantare lì un pilot prima della fine.
Voglio dire, che vuoi che siano quaranta minuti a fronte dei quaranta e passa episodi che vedo ogni settimana? Ti vedi il tuo bel pilot, lo recensisci, se t’è molto piaciuto vai avanti, se t’è piaciuto così così vai avanti lo stesso (si sa mai), se ti ha fatto schifo lo molli. Però insomma, il pilot te lo vedi tutto.
Ecco, Olympus, nuova serie epico-mitologica di SyFy, è riuscita dove altre hanno fallito: al minuto 33 ho detto basta.
Intendiamoci, non che SyFy sia una garanzia di qualità, le capita abbastanza spesso di toppare. Allo stesso tempo, però, ha anche le sue cosine carine tipo Z Nation e 12 Monkeys, e non le saremo mai grati abbastanza per Battlestar Galactica.
Ma Olympus no. Olympus non è neanche “brutta”, Olympus è “impresentabile”, che è molto diverso. È la differenza che passa tra cercare di creare un buon prodotto fallendo nel tentativo, e non rendersi conto che TUTTO quello che si sta facendo conduce inesorabilmente al fallimento.
Ho provato vero imbarazzo nel seguire quei 33 minuti. Ho pensato alle persone che lavorano alla serie, le ho immaginate tornare a casa alla sera, di fronte allo sguardo compassionevole del coniuge, e scoppiare a piangere dicendo “cosa ho fatto?”. Ho pensato al fatto che c’è chi ha speso dei soldi per fare questa cosa (comunque pochissimi) pensando davvero che qualcuno potesse dire “be’, bello”.
E ovviamente qualcuno c’è, perché se andate sulla pagina imdb della serie vedrete che un tot di persone hanno messo voti altissimi. Ma uno sguardo più attento ci mostra che sono tutte e solo ragazze sotto i diciotto anni. Cosa che comunque non mi spiego mica tanto bene, e mi inquieta anche un pochino in termini di futuro dell’umanità.
Scusate, non vi ho ancora detto di cosa parla.
In pratica c’è un giovane eroe che si chiama Hero (perché la chiarezza è importante) che all’inizio del pilot combatte contro un ciclope (il cui design, per lo meno su carta, è l’unica cosa dell’episodio che forse si salva). Lo combatte perché deve salvare una tizia, un oracolo, che poi deve riportare indietro per farsi dire delle cose, farsi aiutare con qualcosa, boh, salcazzo.
E mentre tornano indietro vengono aggrediti da due tizi assoldati all”Esselunga (e se non li hanno assoldati lì, per lo meno è lì che hanno preso i vestiti): il nostro eroe ne uccide uno, l’altro scappa e poi si scopre che è il fratello dell’oracolo. Dell’amico morto frega già niente a nessuno.
Nel frattempo vediamo altra gente, ad Atene, che si prepara per battaglie epicissime.
Il problema è che anche questi scampoli di trama sono difficili da assorbire, perché mentre la vicenda si dipana voi siete distratti dal sangue che vi esce dagli occhi.
Gli attori sono cani. Oh, ci sta, può capitare. Cioè, li hai scelti tu, non è certo colpa mia se poi ti devo insultare, ma vabbe’. Il protagonista Tom York è espressivo come un cappotto, sembra un Clark di Smallville molto più incapace, e già Tom Welling non era esattamente da oscar. Magari può pure essere considerato belloccio, ma davvero non ti ci faresti nemmeno servire l’aperitivo, penseresti che non ne è in grado.
E lui è tipo il più bravo.
Tutta la storiella è poco interessante, e si vede chiaramente il tentativo di scrivere uno show che, come altre serie contemporanee, metta insieme spunti presi da ogni dove. Da Once Upon a Time a Game of Thrones, seppur in modi diversissimi, molti telefilm giocano con i generi e con i personaggi, assecondando certe regole e infrangendone altre. Un metodo molto metatestuale che spesso funziona. Qui invece bastano quattro minuti perché della vita e della sorte di Hero non ce ne freghi assolutamente nulla, perché abbiamo la chiara percezione che se lui morisse non cambierebbe niente a nessuno.
Ma fin qui siamo ancora nell’ambito del brutto. Attori cani che recitano dialoghi spompi dentro trame poco interessanti: siamo effettivamente nel regno della bruttezza.
Ma questo è niente. Olympus diventa impresentabile quando le cose epiche vuole farle “vedere”. Siamo in una serie che parla di antichi eroi, dèi poderosi, mostri famelici ed eserciti in tanga. Insomma, sono cose che richiedono un certo livello di effetti speciali, una regia di un certo tipo. Tutt’intorno, nel resto del mondo cine-televisivo, ci sono i draghi di Game of Thrones, c’è 300, c’è pure Ray Palmer che fa Iron Man in Arrow. Insomma, il livello visivo delle serie cresce, bisogna starci dietro.
Da questo punto di vista, Olympus fallisce ogni volta che può.
Ogni.
Volta.
Sembra Hercules del 1995, ma neanche, almeno Hercules andavano a girarlo al parco e così avevano gli esterni. Qui è tutto un green screen evidentissimo, come quando si andava a Gardaland a farsi i video sul tappeto volante: ventimila lire e via, sei Aladino. Facevi anche finta di indicare un punto del suolo, laggiù in basso, quando in realtà indicavi le scarpe dell’addetto alla macchinetta, che alle undici del mattino ne aveva già pieni i coglioni dei bambini che gli indicavano le scarpe facendo finta che fossero casa loro vista dall’alto. Ma comunque era una cosa che facevi vedere a tua zia, non la mandavi in onda in tv. Se la fai vedere a tua zia sei tenero, se la mandi in onda sei imbecille.
Praticamente tutte le inquadrature di Olympus gridano vendetta. Una pochezza di mezzi e di idee che mette francamente a disagio. Una sensazione già non positiva, che viene ulteriormente acuita da alcuni momenti di spudorata copia: ad esempio quei ralenty simil-Spartacus, in cui però lo sfondo continua a essere disegnato coi pastelli a cera.
Ecco, magari se vai dai produttori di sta roba e glielo chiedi, ti dicono pure che sono tutte scelte stilistiche, insomma volute. E tu ridi, ridi, ridi…
Alla fin fine, cercando di recuperare un po’ di compostezza dopo che questi marrani mi hanno strappato 33 minuti di vita, credo che il problema di fondo sia uno: per fare Olympus hanno speso ventisei euro a episodio. No, non è un dato ufficiale, è una mia personale stima. Perché di certo manca la creatività e mancano gli attori e manca tutto, ma è davvero inaccettabile che una rete importante come SyFy si presenti al pubblico con una cosa che sembra un progetto scolastico delle medie girato col cellulare di due generazioni fa.
Eddai su, io sono anche uno a cui non piace infierire, però cazzo, la dignità è una roba importante.» 

Diego Castelli per Serial Minds, 2015

giovedì 15 giugno 2017

Leggere con i bambini

Mamma Elisa: «Vedi? Qui il bambino si è fatto la bua. Ci sono tanti modi per consolarlo: un abbraccio, un biscotto, un cerotto... E a te, Penelope, cosa serve quando ti fai la bua?»
Penelope, tre anni: «Mi serve che mi passi.»

Gli scrittori a ricamare una storia di dolore e poi abbracci, biscotti e cerotti che lo fanno passare. Lei, chiara, logica, efficace, di ricamato ha solo il nome sul bavaglino.